Agricoltura, cibo e informazione domani

di Remo Ciucciomei

Tra le tante vittime della “pandemia” coronavirus dobbiamo purtroppo annoverare la verità. In questi giorni di emergenza abbiamo potuto assistere al traballare delle verità scientifiche, della statistica, della democrazia dell’informazione e, con esse, della nostra capacità (individuale e collettiva) di discernimento e di proporzione delle risposte.

Il vantaggio possibile, ammesso che ci si possa aspettare vantaggi da una tragedia nella quale imprese e persone si stanno ancora leccando le ferite, può essere solo uno: essersene resi conto.

Proviamo a pensare: se la costruzione del mosaico delle verità è stata messa al tappeto dal panico che è scaturito dalle informazioni che abbiamo ricevuto su un virus cosa potrebbe accadere domani a chi si occupa di agricoltura, di cibo, di vita delle persone e dell’ecosistema vivente di fronte a campagne che non avessero a cuore la verità? Forse è giunta l’ora in cui iniziamo a comprendere che produzione e informazione (o, se vogliamo, processi che favoriscono la pratica della verità), non possono più essere pensati come mestieri disgiunti.

In un recente contributo dal titolo “2020-2030: Una cartografia dei mondi agricoli e alimentari” Sebastien Abis e Matthieu Brun indicano l’informazione come una delle dieci sfide più importanti che l’agricoltura e i sistemi alimentari dovranno fronteggiare nel decennio 2020/2030.  Quale sarà la sfida della buona informazione per i sistemi agroalimentari? Quanto saprà essere multi-disciplinare l’agricoltura del futuro e quali ponti riuscirà a costruire con il consumatore/cittadino? Come riusciranno a far discernere il vero dal falso i sistemi agroalimentari quando si troveranno di fronte a campagne maligne di informazione (“fake news”)? Quali storie collettive saranno in grado di elaborare gli agricoltori e le aziende che trasformano i prodotti della terra per assicurare che quando si parla di cibo la verità non possa prescindere dal loro lavoro?

Dovremmo aver appreso la lezione. La verità non è una manna dal cielo, non possiamo solo aspettare che ci venga confezionata come una caramella dagli "esperti" e dagli "addetti". Bisognerà piuttosto fare in modo che essa sia sempre più il frutto maturo e l'esito naturale di un processo al quale contribuiamo sin dall'inizio. Questo accade quando una comunità di imprese, di persone e di esperti si lasciano coinvolgere in formule nuove di relazione che mettendo al centro il lavoro reale dell'agricoltura sanno far scaturire racconti naturali dei fatti. Se sapremo realizzare modelli innovativi di interazione, di dialogo e di rapporto reale tra il lavoro degli agricoltori e le aspirazioni delle persone avremo una nuova grande occasione per l'agricoltura di domani e, per quanto ci riguarda più da vicino, per l’agricoltura Mediterranea.

La stessa comunicazione di impresa e la cultura del branding (inteso come progettualità) ne risulterebbero rinnovate. Si avvantaggerebbero anch’esse della matrice naturalmente narrativa delle produzioni Mediterranee, del loro modo di essere consumate, della natura multiforme dei paesaggi che le ospitano. Potrebbero trovare nuova linfa e ispirazione da una cultura del racconto che parte dal Mediterraneo e da Omero e che ancora oggi, dopo tanti secoli, arriva a dare senso al nostro agire umano.

C'è da augurarsi che l'agricoltura Italiana e la cultura Italiana del cibo, sfuggendo ad una troppo facile retorica del prodotto buono solo perchè "de noantri", sapranno cogliere, tra le tante, anche la sfida della innovazione e della buona informazione dei sistemi agroalimentari.